“Il ciclista urbano è per sua natura
un inventore. La solitudine, in mezzo a una marea di automobili, gli
conferisce la sensazione di doversi battere per imporre il proprio
universo. Il suo mezzo di trasporto arciminoritario lo conforta
nell'idea che egli vive nell'era gloriosa dei pionieri, che c'è
molto di nuovo da inventare. È questa pagina bianca nella storia
dell'umanità, scritta con i suoi copertoni, è una bella sfida
ch'egli raccoglie ogni giorno, sollevando la testa, un occhio alla
circolazione, per evitare di essere un martire prematuro della
scienza.
Ecco perché, signori automobilisti che
li insultate, signori agenti che li multate, ecco perché i ciclisti
descrivono ineffabili arabeschi sulla carreggiata, ecco perché
passano con il rosso o salgono sui marciapiedi.
In un organismo urbano in cui sono solo
un corpo estraneo, in una città ostile, s'inventano un modo di
essere che non è stato previsto per loro. Tratteggiano nello spazio
la minuta di una città in bicicletta:tracciano, e cancellano. Le
loro evoluzioni sono rimorsi d'artista. Sono tutti presi nel loro
atto creativo, nello schizzo febbrile. Non giudicateli adesso, ma
quando avranno terminato la prima stesura.
Nell'attesa, smettetela con questi
colpi di clacson, con i vostri fischietti striduli, fate silenzio e
trattenete il respiro come fareste davanti ad un bambino che fa i
primi passi in un equilibrio sempre sul punto di infrangersi.
Osservateli con indulgenza commossa. Cercano, barcollando, un nuovo
equilibrio che rimetterà in marcia la città”
(da “Petit traité de
vélosophie”di Didier Tronchet. Trad. L.Bernini Il Saggiatore,
2004. pagg.12-13)
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