giovedì 29 novembre 2012
Libertà
"L'uomo ha tanta libertà quanta è disposto a prenderne. L'anarchismo perciò significa azione diretta, sfida aperta o resistenza a tutte le leggi e vincoli, siano essi di ordine economico, sociale o morale. Ma la sfida e la resistenza sono illegali: e qui risiede la salvezza dell'uomo. Ogni atto illegale richiede integrità, autosufficienza e coraggio. In breve, richiede spiriti liberi e indipendenti, uomini che siano uomini, e abbiano una spina dorsale che non si può trapassare con una mano". Emma Goldman - Anarchism: What It Really Stands For.
lunedì 26 novembre 2012
Elogio di Franti
(...)Chi sia codesto Enrico è sin troppo risaputo: di mediocre intelletto (non si sa che voti prenda né se riesca promosso a fine anno), oppresso sin dalla più tenera infanzia da un padre, da una madre e da una sorella che gli scrivono nottetempo, come sicari dell'OAS, lettere pressoché minatorie sul suo diario, egli vive continuamente immerso in umbratili complessi, un po' diviso tra l'ammirazione prona per un Garrone che non perde occasione per far della bassa retorica elettorale ("Son io!" e il maestro, babbeo: "Tu sei un'anima nobile!"; e se qualcuno dà noia al supplente, subito Garrone dalla parte del potente e dell'ordine: "guai a chi lo fa inquietare, abusate perché è buono, il primo che gli fa ancora uno scherzo lo aspetto fuori e gli rompo i denti!", così il supplente rientra e vede tutti zitti, lui, Garrone, con gli occhi che mandavan fiamme "un leoncello furioso, pareva" – e gli dice "come avrebbe detto a un fratello" ti ringrazio Garrone, e via, Garrone è a posto per tutto l'anno, ditemi se non era figlio di mignotta ) e d'altro lato una sorta di attrazione omosessuale per il Derossi, che è "il più bello di tutti", scuote i capelli biondi, prende il primo premio, si fa baciare dal giovane calabrese e sembra insomma certi personaggi dei libri di Arbasino. Tra questi poli è l'Enrico: di carattere impreciso, incostante nei suoi propositi etici, schiavo di ambigui culti della personalità, non poteva essere gran che diverso col padre che si ritrovava, torbido personaggio costui, incarnazione di quell'ambiguo socialismo umanitario che precedette il fascismo, e in cui l'ideologia dolciastra stava alla lotta di classe come il repubblicanesimo di Carducci alla rivoluzione francese (odi alla regina Margherita, nonne e cipressi che a bolgheri alti e stretti, ma repubblica, ciccia): questo padre che parla di rispetto per i mestieri e le professioni, esalta la nobiltà degli umili, incita il figlio ad amare i muratori, ma si demistifica in quella terribile pagina del 20 aprile (giovedì) in cui esorta il figlio a gettare le braccia al collo a Garrone quando tra quarant'anni lo ritroverà col viso nero nei panni di un macchinista, "ah non m'occorre che tu lo giuri, Enrico, sono sicuro, fossi tu anche un senatore del Regno" – e non lo sfiora neppure il sospetto di quel che potrebbe (dovrebbe) accadere, che cioè Enrico possa ritrovarsi nei panni di un macchinista ad incontrar l'amico Garrone senatore del Regno (conoscendo Garrone, arrivato alla camera alta per via Acli, va bene, ma ciononostante è il principio che conta, vero?)(...) ritagliato da Elogio di Franti in Diario minimo. Umberto Eco - 1962
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giovedì 22 novembre 2012
mercoledì 21 novembre 2012
sabato 17 novembre 2012
biciclette al quirinale
Ritaglio da Paese Sera un articolo di Rotafixa sulla bicimanifestazione di ieri sera al Quirinale.
"Un migliaio di biciclette di fronte al Quirinale. Non s’era mai visto, ma non è l’unico aspetto di novità della serata di ieri a Roma: non s’era mai visto un movimento spontaneo, senza organi, strutture e ufficialità essere ricevuto dalla massima istituzione di questo dannato paese all’improvviso e senza particolari formalità (io per esempio ci sono entrato con addosso la maglietta degli All Blacks, messa per significare la mia opposizione all’Italia di oggi, pestifera e mortalmente inerte); a detta delle guardie a presidio della piazza, in 60 anni di repubblica non si era neanche mai visto accendere delle fiamme nella piazza del Quirinale, fossero pure delle fiammelle di candela messe lì a ricordare chi è morto sotto le larghe gomme della piaga automobilistica.
Abbiamo parlato in tre con uno dei 6 consiglieri di Napolitano, una sorta di ministro del presidente, consegnandogli anzitutto la lettera aperta del movimento, nata come un urlo di dolore dopo l’imperdonabile uccisione di A.T., domenica scorsa, e il Libro Rosso della ciclabità che è scaturito dai due giorni di stati generali della bicicletta a Reggio Emilia. Abbiamo parlato per quasi un’ora e mezzo. Erano consapevoli delle caratteristiche del movimento, ma anche di come sta cambiando l’idea stessa dell’uso della bici: senza particolari stimoli da parte nostra, il consigliere ha riconosciuto per primo che la bicicletta non è più il mezzo della domenica come è stato inteso negli anni della motorizzazione di massa, e che le piste ciclabili sono spesso un alibi delle amministrazioni locali per pulirsi la coscienza e darsi una mano di verde sulla carta. La discussione quindi è partita bene, e si è sviluppata decentemente. Come tutti sappiamo, la Presidenza dellaR epubblica non ha poteri né amministrativi, né, men che mai, legislativi. Ma il consigliere ha affermato più volte che tutta la “moral suasion” possibile verrà esercitata da Napolitano, che pare essere molto sensibile al problema (anni fa sua moglie fu messa sotto da un’automobile proprio di fronte al Quirinale) e, parole sue, vuole “usare la mano pesante” quando parlerà dell’argomento della mortalità stradale. Ha anche specificato che il settennato è in scadenza e la possibilità di rompere le balle è un po’ inferiore al normale, ma che comunque verrà detto e pressato il possibile, pensando anche a una “scaletta di interventi” da mettere in campo da ora per premere sulle amministrazioni di ogni livello. Ci ha anche chiesto di proporre azioni -condivisibili- alle loro strutture.
Questo in sintesi ciò che abbiamo ottenuto ieri sera, mentre erano in corso manifestazioni spontaneamente convocate in 32 città d’Italia, per dire “basta alle morti in strada”. Lo accogliamo con il consueto scetticismo di chi da anni si sente fare promesse e sente belle parole, mentre a livello del suolo (e non solo) nulla cambia. Tant’è, ma portiamo a casa un risultato che poteva anche non esserci.
Mi preme sottolineare una cosa: anche se lentamente, questo dannato paese si sta svegliando sotto le martellate mediatiche e anche in parte di piazza di un movimento spontaneo: perlomeno, dal punto di vista della coscienza di ciò che accade in strada. Questo strano momento di ieri, in cui tre persone qualsiasi hanno avuto accesso anche abbastanza onorevolmente al palazzo più protocollare d’Italia, formalmente anche se in modo informale, significa soprattutto dare un segnale.
Noi di #salvaiciclisti agiamo per simboli, perché altro non possiamo fare. E quello di ieri è stato un simbolo forte: non tanto per noi quanto per la gran massa dei distratti, di quelli che fanno spallucce, degli ometti e delle donnine che dicono con il loro sorrisetto stolidamente ironico che “le cose stanno così, è inutile agitarsi”, a quei fatalisti che scambiano per saggezza la loro inerzia e continuano, imperterriti, a rovinare la vita a sé e agli altri bevendosi acriticamente il più grande inganno di questo paese malincantesimato: che la macchina sia necessaria, e che nulla si possa fare. Il cammino per il cambiamento è appena iniziato, cominciate a pensare che un cambiamento non solo sia necessario e possibile ma che sia anche a portata di mano.
martedì 13 novembre 2012
manifestazione-nazionale-venerdi-16-novembre
#bastamortinstrada
(dal sito #salvaiciclisti)
(dal sito #salvaiciclisti)
Dopo lo choc, la reazione. Dopo la brutta, iniqua, imperdonabile uccisione di A.T. i ciclisti organizzati convocano una manifestazione nazionale in tutte le città d’Italia che vogliano aderire. La data prescelta è venerdì 16 novembre, a partire dalle 19, nei luoghi di ritrovo che ogni gruppo locale vorrà utilizzare.
Le città aderenti finora sono Milano, Roma, Napoli, Catania, Torino, Bologna, Pavia, Cagliari. Ci scusiamo da subito se nel frattempo se ne è aggiunta qualcun’altra, visto che l’appuntamento sta montando di ora in ora. Qui il link all’appuntamento Facebook,qui un altro per la notizia da divulgare. L’hastag sarà #bastamortinstrada.
Ognuno sceglierà le proprie modalità di manifestare, che sia una biciclettata o dei flash mob o quello che volete. Ma tutto per dire “ora basta morti in strada, servono azioni immediate”.
Pensando ad A.
La vita spezzata di A., 17 anni, e la complicità dello Stato
(dal sito #salvaicilisti)
"Siamo ancora tutti agghiacciati.
Quasi nessuno di noi ha la freddezza di mettere in forma un pensiero coerente. Una ragazza di 17 anni in gita in bici con il suo gruppo scout è stata colpita da un Suv a Casalmaiocco, in provincia di Lodi, sulla strada provinciale 159. Dai primi resoconti risulta che la vettura è stata frenata da chi la guidava ma si è fermata 300 metri dopo in un campo, e che la ragazza -secondo quanto testimoniato al Tg1 da uno dei vigili locali- è stata trascinata per 200 metri.
La velocità di quel carrarmato doveva essere impensabile.
Quasi nessuno di noi ha la freddezza di mettere in forma un pensiero coerente. Una ragazza di 17 anni in gita in bici con il suo gruppo scout è stata colpita da un Suv a Casalmaiocco, in provincia di Lodi, sulla strada provinciale 159. Dai primi resoconti risulta che la vettura è stata frenata da chi la guidava ma si è fermata 300 metri dopo in un campo, e che la ragazza -secondo quanto testimoniato al Tg1 da uno dei vigili locali- è stata trascinata per 200 metri.
La velocità di quel carrarmato doveva essere impensabile.
Una di noi #salvaiciclisti ha trovato la forza di scrivere di questo omicidio, pensando a una lettera aperta al presidente della Repubblica, al capo del governo, ai sindaci. La proponiamo qui, in attesa di riordinare le idee dei nostri cervelli sconvolti e dei nostri cuori in fiamme per questa tragedia. La lettera è firmata, ma con l’accordo dell’autrice la facciamo nostra.
Lettera aperta al Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano
E, p.c. alle autorità di governo
Presidente del consiglio dei ministri
Ministro dei Trasporti
Ministro dell’Interno
Sindaci
Egregio Presidente,
un’ennesima vittima della strada è comparsa come trafiletto nelle notizie di questa domenica vacua e agitata prevalentemente dai risultati delle partite di calcio.
A. T., ragazza di soli 17 anni, è morta perché un SUV l’ha travolta. Questo SUV andava talmente veloce che ha impiegato 300 metri prima di fermarsi e finire in un campo.
Sono sicura che potrà documentarsi e approfondire le dinamiche dell’incidente, e conoscere i particolari del caso per poter avere un’opinione in merito a questa tragedia.
Ma al di là delle informazioni sull’accaduto, quello che mi spinge a scriverle questa lettera è porle con forza una domanda: lei pensa che sia davvero un ”incidente”? Essere travolti da un SUV mentre si percorre un’infrastruttura pubblica come una strada provinciale (o una qualunque altra infrastruttura per la pubblica viabilità), è davvero una fatalità ineluttabile? Permettere a chi ha il veicolo più potente di lanciarlo alla velocità desiderata, è davvero qualcosa di incontrovertibile? Avere la liceità di guidare un mezzo così potente con atteggiamento lieve e distratto, e in questo caso criminale data la velocità, è davvero inevitabile?
Sicuramente lei mi risponderà di no, e che la legge italiana non prevede tutto ciò, e che ci sono le strutture e le autorità competenti per evitare questi “incidenti”. E allora le rinnovo la domanda: perché accadono? Quanti degli incidenti che ogni anno vengono registrati sarebbero evitabili? Quanti sono veramente “incidenti” dovuti a cause imprevedibili che ricadono al di fuori della pianificazione ingegneristica delle strade che dovrebbe assicurare l’incolumità di tutti gli utenti?
La verità è che questi non sono “incidenti”. La verità è che le strade sono progettate per assicurare l’incolumità di una sola categoria di utenti: gli automobilisti. La verità è che le regole del Codice della Strada non vengono rispettate e fatte osservare, né su strade urbane né su strade extraurbane. La verità è che la categorie di utenti leggeri della strada, ossia ciclisti e pedoni, non viene contemplata nella pianificazione per la sicurezza stradale e nello sforzo di progettazione e applicazione di sistemi di sicurezza avanzati. La verità è che la folle corsa impostaci dalla motorizzazione non contempla il rispetto per la vita.
I pedoni ed i ciclisti in quanto utenti stradali non esistono per lo Stato italiano.
In Italia quasi ogni giorno muore un ciclista, ogni giorno due pedoni vengono falciati, spesso proprio sulle strisce pedonali.
Ad oggi il numero è di 217 ciclisti e 619 pedoni uccisi dall’inizio dell’anno. Dietro ognuno di questi numeri c’è una vita, una storia, degli affetti.
Per ridurre questi numeri impressionanti esistono le leggi, esistono gli studi, esistono best practice di successo messe in atto da altri Paesi, esiste la tecnologia.
Non intervenire è una volontà politica. Non porre fine a tutto ciò vuol dire essere complici di chi ha in spregio la vita altrui.
Esigiamo una urgente azione da parte sua e del Governo, e da parte degli enti locali responsabili della gestione delle infrastrutture della viabilità.
Valeria Pulieri – Roma
per #salvaiciclisti"
lunedì 12 novembre 2012
I Falliti
I Falliti
(Gian Piero Motti - 1972)
".. I giorni del tempo passato accorreranno a noi tutti insieme quando li chiameremo e si lasceranno esaminare e trattenere a tuo arbitrio.... È proprio di una mente sicura di sé e quieta l'andar di qua e di là per tutte le parti della sua vita, mentre gli animi delle persone indaffarate non possano ne rivoltarsi ne guardare indietro, quasi si trovassero sotto il giogo ... "
La lettura di questo sereno pensiero di Seneca in un momento per me particolarmente positivo e felice, mi ha condotto a trarre alcune considerazioni che a tutta prima sembreranno interessare solo il mio modo di vivere, ma che invece investono quello di molti che come me praticano assiduamente l'alpinismo.
Dieci anni, e non sono pochi, dieci anni durante i quali ho avuto modo di vivere sensazioni diverse per qualità e intensità, giornate e attimi incancellabili, altri più cupi e ombrosi che vorrei dimenticare.
sto pensava all'alpinismo come a un'avventura più intensa e completa, venuta a poco a poco in una logica successione di sensazioni e di entusiasmi. Vi era chi vedeva nell'alpinismo un'affermazione reale e concreta della propria personalità, affermazione cercata forse proprio in seguito a una frustrazione o a un fallimento nella vita di ogni giorno.
Sovente ho sentito dire frasi come queste: "Per me la montagna é tutto", "Ho dato tutto me stesso all'alpinismo", "Se non dovessi più arrampicare sarei un fallito".
Sul momento non ho fatto molto caso a simili affermazioni perché anch'io ho rischiato molto da vicino di divenire un fallito, in seguito a circostanze che avrò modo di chiarire in seguito, mi sono lasciato tentare dall'antico detto "Eritis sicut dii".
Si, anch'io avrei dovuto dedicare tutto me stesso all'alpinismo tralasciando gli altri interessi. Dimenticare l'amore per il bello, per la musica e la poesia, l'amore per l'arte in senso lato, l'affermazione di se stessi nella vita di ogni giorno, le amicizie profonde estranee all'ambiente alpinistico, con cui condurre discussioni Interminabili su tutto e su tutti.
L'importante è allenarsi, sempre e di continuo, non perdere una giornata, avere il culto del proprio fisico e della propria forma, soffrire se non si riesce a mantenere questo splendido stato di cose. E se sopraggiunge una malattia o anche solo un malessere leggero, allora è la crisi, la nevrosi. Perche ciò che conta è arrampicare sempre al limite delle possibilità, ciò che vale è la difficoltà pura, il tecnicismo, la ricerca esasperata del "sempre più difficile".Trascinato da questo delirio, non ti accorgi che I tuoi occhi non vedono più, non percepisci più il mutare delle stagioni, che non senti più le cose come un tempo. Sei null'altro che un professionista; per te l'alpinismo è un lavoro. E così non ti accorgi che a uno a uno stai perdendo tutti gli amici, quelli che ti conoscono bene a fondo, che a volte hanno cercato di farti capire che stai sbagliando, e forse anche tu lo hai capito e lo sai bene, ma consciamente o inconsciamente ti rifiuti di accettare il peso di una realtà faticosa.
E così sono giunto a scrivere quelle "Riflessioni" che sono la testimonianza diretta di un uomo che sta naufragando sempre più, di un uomo che sta sospeso in bilico su un abisso immane, ma che prima di precipitare ha ancora la forza di ritirarsi un attimo e di pensare in quale stato si sia ridotto. Esaltato, nevrotico, indifferente quando non assente, ostinato e caparbio nell'inseguire una meta sbagliata eppure cosciente dell'errore.
Andavo ad arrampicare tutti i giorni o quasi, preoccupatissimo di ogni leggero calo di forma. Ma non mi accorsi nemmeno che stava divenendo primavera, non vidi neanche che qualcosa di diverso succedeva nella terra e nel cielo e chi ben mi conosce sa che ciò equivale a una grave malattia. Arrampicare, arrampicare sempre e null'altro che arrampicare, chiudermi sempre di più in me stesso, leggere quasi con frenesia tutto ciò che riguarda l'alpinismo e dimenticare, triste realtà, le letture che sempre hanno saputo dirmi qualcosa di vero e che con I'alpinismo non hanno nulla da spartire. Ma qualcosa comincia a non funzionare: ritornando a casa la sera mi sento svuotato e deluso, mi sento soprattutto inutile a me stesso e agli altri, mi sembra anzi, e ne ho la netta sensazione, che il mio intimo si stia ribellando a poco a poco a questo stato di cose, che il mio cervello non tolleri questo modo di vivere. Ed ecco che giunge la crisi, terribile e cupa.
Ogni volta che vado ad arrampicare è un tormento, non sono più io, non ho più equilibrio, le mani mi tremano, non ho più coordinazione nel movimenti, ma soprattutto non "vedo" più nulla. E questo, chi lo ha provato lo sa, è veramente terribile. Tutto ti passa davanti e tu te ne stai indifferente, passivo, non vedi e non senti, ma invece, e ciò ti distrugge, vorresti sentire e vedere come e più di prima perché il passato rivive cristallino e limpido e si oppone con forza al buio in cui sei precipitato
E allora ti dici finito, ti senti esaurito, svuotato: hai chiuso.
Ma cosa hai chiuso? Ma non ti accorgi, non ti rendi conto che ti sei creato l'infedeltà con le tue stesse mani, che hai tradito la tua essenza, che presuntuosamente ti sei isolato inseguendo fantasie morbose e cercando sensazioni sempre più esasperate? Hai sempre condannato chi si droga e non ti rendi conto che anche tu sei un drogato, perché la roccia è la tua droga.
Ti sei ridotto veramente male, eppure un giorno non eri cosi, eri molto diverso.
Andavi ad arrampicare quando lo desideravi, quando dentro di te sentivi il sangue fremere e friggere, quando avevi desiderio di sole e di vento, di cielo e di libertà. Eri allegro e spensierato, avevi un sacco di amici e di amiche e soffrivi da morire quando le sensazioni che provavi erano solo tutte per te e non vi era nessuno con cui spartirle. Cosi cercavi con la fotografia di rendere
anche gli altri partecipi della tua gioia, oppure li trascinavi in lunghe e interminabili gite o li legavi a una corda e li portavi ad arrampicare sui sassi perché volevi che anche loro provassero le stesse gioie e le stesse sensazioni.
E se tu eri solo a provarle, ne soffrivi, anche fisicamente, ti sembrava di sentire qualcosa dentro che cresceva a dismisura e sembrava voler scoppiare.
Ma soprattutto eri sereno, sereno nel tuoi pensieri e nel tuoi gesti, sempre superbo e ambizioso come sei, ma ognuno ha difetti più o meno grandi.
Ora invece sei solo da morire, barricato nella tua torre d'avorio; con il tuo sterile solipsismo hai distrutto le cose più belle che avevi. Però non hai chiuso.
L'estate sarà triste, la più triste della tua vita. Ma un mattino, a seguito di lunghe giornate appiattite e monotone, giornate in cui anche una densa foschia di calore avvolge le creste dei monti rendendole ovattate e lontane, estranee e distanti, un mattino ti sveglierai sotto un cielo scuro e gravido di nubi, e un vento freddo e tagliente andrà a dividere i tuoi capelli mentre cammini da solo per quella strada che ben conosci.
Ma fra le nubi, a un tratto scoprirai un angolo piccolo piccolo di azzurro, che il vento nella sua gran corsa avrà liberato a poco a poco, e da quella densa nuvolaglia filtrerà un raggio di sole che come una spada scenderà diritto a illuminare una cresta tormentata, che solo ieri non avresti neppure notato. E così oggi i contorni sono chiari e definiti, oggi le creste si stagliano scarne e scheletritesotto il cielo d'inchiostro, oggi il verde è più verde, oggi il bosco ha una vita e un profumo, oggi vedi le cascate e la luce del torrente, oggi ...
... Da quattro ore Alberto Re e io siamo seduti su un minuscolo terrazzino, immersi ciascuno nel propri pensieri, silenziosi e forse un po' gravi. Siamo sulla Nord delle Grandes Jorasses: è una salita che tutti e due abbiamo sognato e inseguito a lungo, e ora la montagna ci prova duramente. E pensare che siamo andati all'attacco ridendo e scherzando, pensare che al rifugio ho dormito tutta la notte, un sonno tranquillo e profondo: ho persino sognato.
Il primo giorno un sasso ha colpito Alberto, le pessime condizioni hanno rallentato molto la nostra andatura e abbiamo dovuto bivaccare sopra le placche nere: E poi la notte è stata un inferno, cinquanta centimetri di grandine, concerto di tuoni e fulmini.
Oggi nella "Cheminée rouge" ho vissuto i momenti più duri e difficili della mia vita, siamo stati fulminati, abbiamo dovuto uscire alla disperata da questo orrendo camino che ci vomitava addosso cascate scroscianti di grandine e sassi, assordati dal frastuono del tuono e della folgore.
Ora è pomeriggio e siamo qui su questo terrazzino a soli duecento metri dalla meta, e attendiamo in silenzio che la natura si plachi. Siamo preoccupati, abbiamo paura di morire? Non lo so. Io personalmente vedo ben da vicino il rischio che ho corso e che sto correndo, ma non ho paura, sono solo molto triste. E' la fine di luglio, e immagino un bel pomeriggio di sole lassù in Val Grande, e davanti ai miei occhi le immagini si susseguono con chiarezza: cosa avrei fatto oggi? Forse avrei giocato a pallone, o forse avremmo fatto una passeggiata tutti insieme nel prati della Stura, e seduti sul solito pietro ne avremmo iniziato interminabili discussioni sulla religione, sulla politica o sulla vita.. O forse ancora sarei andato con la ragazza in un prato e dopo l'amore mi sarei soffermato a lungo a dividerle i capelli a uno a uno, o a stuzzicarle il viso con un filo d'erba, o a osservare la luce del suoi occhi illuminati dal sole. O, ancora da solo, sdraiato in un grandissimo prato, avrei affondato lo sguardo nell'azzurro del cielo con l'intento di scoprirvi lontane fantasie o avrei inseguito i giochi delle nubi con il sole cercando forme strane e fantastiche nel loro biancore pulito. O ancora avrei camminato lentamente, nell'erba, mentre il vento la piega disegnando le onde del mare e ne trae un profumo forte e pungente di fiori e di fieno.
E vedo a mezzogiorno tutti i miei cari seduti intorno al grande tavolo e ancora mi pare di sentire le loro e le nostre vivaci discussioni, perché le idee sono molto diverse.
Invece sono qui, dove non vi è nulla di umano, ma proprio per questo so che devo arrivare in vetta, perché so che quando ritorno mi aspetta la vita.
Per uno strano caso la commozione mi colse su quella vetta delle Grandes Jorasses, alle nove di sera di un giorno di luglio, sotto un ciclo nero e cupo, illuminato da bagliori violetti verso le cime del Gran Paradiso. Certi momenti non si dimenticano, restano, segnano per sempre un'amicizia. E se ripenso alle sensazioni che provai quando ritornai, mi sembra di rivivere ancora uno dei periodi più pieni e felici della mia vita. Scoprivo ogni cosa come nuova e diversa, i colori, gli amici, mi sembrava di voler bene a tutti e a tutto. Per un mese non andai più ad arrampicare o almeno non feci più salite importanti. Ma in quel mese ebbi modo di effettuare meravigliose gite con gli amici, trascorsi intere giornate alla ricerca di paesaggi e di fiori per l'obiettivo della mia macchina fotografica, mi divertii a giocare come un ragazzino. E non pensai neppure al mio stato di forma, la cosa non mi interessava, perché ero ugualmente soddisfatto e felice anche se non compivo delle grandi salite. Tant'é vero che quando sentii ancora il desiderio di una grande e bella avventura, quando mi prese ancora la voglia di avere roccia sotto le dita, sempre con Alberto andai a fare la via Brandler-Hasse sulla Nord della Cima Grande di Lavaredo. E mi trovai benissimo.
Oggi se perdo una domenica intristisco, divento irascibile, nervoso, se ogni volta che arrampico non vado a fare una via estrema, non mi sento soddisfatto. Eppure non mi sembra di essere più in forma di allora.
Non si può andare avanti così.
In primavera ho occasione di leggere un libro che reputo uno dei più intelligenti e interessanti della letteratura alpina. Si tratta di Les royaumes du monde di Jean Mohn, un romanzo apparso in Francia negli anni Cinquanta. Vi si narra la storia di un uomo che quasi inconsapevolmente viene assorbito e trascinato dalla passione delirante per l'alpinismo: un uomo però dubbioso e sensibile, tormentato sempre dal sospetto di avere sbagliato, ma nello stesso tempo magneticamente attratto dall'azione anche esasperata. Gli è compagno un altro uomo che invece vede solo l'alpinismo e che cerca di convincere l'amico a dare definitivamente tutto il meglio di se stesso alla causa. Così il nostro a poco a poco si isola sempre di più, l'alpinismo diviene una triste droga, quasi un'espiazione da subire In silenzio. A uno a uno perde gli amici, la ragazza, e si ritrova di fronte al suo fallimento in un' età in cui il bilancio di se stessi è ancora più duro. Ormai l'uomo ha capito ed è cosciente del suo errore: la conferma, triste e dolorosa, gli viene dalla tragica morte dell'amico sulla parete nord del Bans, attaccata in pessime condizioni di tempo.
Solo, di notte, in un rifugio, Jean si trova di fronte al nulla a cui è approdato, comprende di aver rinunciato a molto, a troppo pour une lutte sans issue.
La lettura del romanzo mi ha fatto oltremodo riflettere e ho cominciato a percepire che qualcosa andava incrinandosi. Ma non accettavo ancora la realtà, anzi, mi ribellavo prepotentemente. Poi, quasi per caso, mi capitò di leggere le stupende parole scritte da Dino Buzzati molti anni or sono per la morte di Zapparoli, forse la cosa più bella e più vera apparsa sulle pagine della nostra rivista.
No io non dovevo finire così, mi sentivo ancora (Dio mio, 25 anni!) vivo, pieno di interessi, avevo ancora troppe cose da dire, da vedere, da conoscere. Buzzati fu duro, ma giusto, in fin dei conti Zapparoli era un fallito.
Ma ancora non bastava. Bisognava toccare il fondo. Vuoi per un certo crepuscolarismo di balorda qualità, che ogni tanto affiora nel miei giorni peggiori, vuoi per una certa voluptas dolendi che ogni tanto esercita il suo fascino, assunsi la parte dell'uomo deluso e finito e cominciò una recita piuttosto grottesca. Per giustificazione o per meglio mascherare il mio fallimento agli occhi degli altri mi atteggiai a ribelle nel confronti della società, cercai di entrare nella parte dell'anarchico che disprezza i comuni mortali che odia la normalità, dell'uomo finito a vent'anni, dalle idee tenebrose e cupe, dai lunghi silenzi. E anche nei vestire cercai di adeguarmi al soggetto proposto: barba, capelli lunghi, abiti logori e sdruciti, atteggiamenti molto posati.
Con il risultato che il mio cervello non tollerò più oltre e mi assestò il colpo definitivo. Esaurimento nervoso di grossa portata, con perdita completa del sonno e un sacco di disturbi fastidiosissimi. Smisi naturalmente di andare in montagna in tutti i sensi, anche su quella facile, e non feci che aggravare le cose.
...Oggi, oggi invece, seppure da un piccolo spiraglio comincio a rivedere le cose. Ho capito l'errore; troppo a lungo ho vissuto in una piccola stanza dove ho chiuso ermeticamente le finestre e le porte, e lì, da solo, nel buio, mi sono illuso che il mondo fosse tutto racchiuso fra quattro pareti. Poi una finestra si é leggermente dischiusa e un filo di luce vi è penetrato.
Seguirà un autunno incerto, un ritorno alla montagna timoroso, ma con un animo diverso. Però non ancora tutto era chiarito, anche se cominciavo a star bene, qualcosa ancora nella mia testaccia non funzionava.
Incontrerò una sera d'inverno Guido Rossa, il quale fissandomi a lungo, con quei suoi occhi che ti scavano e ti bruciano l'anima, con quella sua voce calma e posata, mi dirà delle cose che avranno un valore definitivo. Mi dirà che l'errore più grande è quello di vedere nella vita solo l'alpinismo, che bisogna invece nutrire altri Interessi, molto più nobili e positivi, utili non solo a noi stessi ma anche agli altri uomini. Non rinunciare alla montagna. E perché? No.
Ma andare in montagna per divertirsi, per cercare l'avventura e per stare in allegria assieme agli amici.
Io lo so e l'ho sempre saputo, ma dovevo sentirmelo dire da un uomo che mi ha sempre affascinato per la sua intelligenza e per la sensibilità artistica che scopri nel suo sguardo. E poi ci saranno altre persone, tutti gli amici che stupidamente avevo perduto e che ritroverò a uno a uno e che mi aiuteranno moltissimo a ritornare quello di prima.
E siamo finalmente nella realtà di questa primavera 1972. Ho trovato un lavoro che mi soddisfa e mi lascia molta libertà, libertà non solo di andare in montagna, ma anche di dedicarmi alle mille cose che ogni giorno mi attirano.
Quest'inverno sono andato pochissimo ad arrampicare, ma sono ugualmente felice e soddisfatto, anzi sicuramente l'anno prossimo dedicherò tutta la stagione invernale allo sci e cercherò finalmente di praticare con sicurezza questo magnifico sport. Quest'estate ho in mente sì di effettuare qualche bella salita; ma voglio anche dedicarmi ai viaggi che da tempo ho abbandonato e che, invece, sempre sono stati per me fonte di esperienze e sensazioni meravigliose. Un amico di ritorno dalla Grecia mi ha detto: "Vai di sera verso il tramonto, quando non vi è quasi più nessuno, di fronte al Partenone ad Atene. Fra quelle pietre calcinate, in quella sassaia arida e deserta, assordato dal frinire delle cicale, vedrai tremare nel calore del pomeriggio quelle enormi colonne e ti sembrerà veramente che II tempo non sia trascorso".
E veramente, come disse Seneca, posso rivedere serenamente i giorni del passato. E rivedo tanti volti, tanti nomi, per i quali oggi non posso provare che una profonda tristezza. Perché ho conosciuto molti ragazzi e molti uomini che avevano trovato nell'alpinismo il compenso al loro fallimento nella vita di ogni .giorno. Uomini che si erano dati e che si danno caparbiamente alla montagna con l'illusione di trovare un'affermazione che li ripaghi di tutte le frustrazioni, le delusioni e le amarezze della vita.
Alcuni si illudono di essere qualcuno, credono di essere importanti, solo perché nell'alpinismo hanno raggiunto i vertici. Ma se tu trasporti gli stessi individui in un altro ambiente, se li inserisci in un differente contesto sociale allora li vedi incapaci di sostenere un dialogo qualsiasi, spauriti e intimiditi, incapaci di intrecciare relazioni umane. Ed eccoli allora portare a giustificazione del loro fallimento l'incomprensione altrui, la banalità e il qualunquismo della gente, la superiorità di chi pratica l'alpinismo, la diversa sensibilità di chi ama la montagna. In realtà vi sono uomini sensibilissimi e amanti della natura anche al di fuori del territorio alpinistico, vi sono uomini che cercano e trovano altrove l'avventura e che sanno comprendere; ma, purtroppo, nell'alpinismo troppi sono i falliti e troppi i condizionati.
Non sempre, per fortuna, é così. Sovente ho incontrato ragazzi sereni ed equilibrati, ma molto più sovente l'uomo alpinista mi ha profondamente deluso per la sua ristretta visione delle cose, per la sua voluta ignoranza e per il disprezzo dei comuni mortali.
Chi invece la pensa diversamente, chi ha il complesso da prima donna e a tutti i costi si arrabatta per essere il primo, chi vive per la grande impresa e la difficoltà, forse farà per un po' grandi cose, ma poi giungerà alla triste
conclusione di chi a trent'anni, svuotato ed esaurito, ha dovuto dire addio.
Ogni volta che incontro Francesco Ravelli, penso a quest'uomo più che ottantenne che ancora oggi percorre i sentieri della montagna e che quando giunge la primavera mi parla con gli occhi che brillano degli alberi verdi e dei fiori.
pubblicato sulla "Rivista mensile del CAI" - settembre 1972
martedì 6 novembre 2012
Voglio un sindaco decente
"Roma fa schifo. Sempre di più.
Il senso di scoraggiamento è forte. E però, però: non bisogna essere stanchi, mai, di lottare per un cambiamento di questa bellissima eterna meretrice, preda di una folla di prosseneti, truffatori, furbacchiotti e furbacchioni, e adesso anche le bestie immonde delle mafie che aprono locali a rotta di collo.
Il senso di scoraggiamento è forte. E però, però: non bisogna essere stanchi, mai, di lottare per un cambiamento di questa bellissima eterna meretrice, preda di una folla di prosseneti, truffatori, furbacchiotti e furbacchioni, e adesso anche le bestie immonde delle mafie che aprono locali a rotta di collo.
Chi amministra oggi Roma è riuscito nella mission impossible di peggiorare le prestazioni nulle di quelle precedenti. Qui la regola aurea sembra essere: “a Roma nun se deve fa’ gnente, sinno’ te fùrminano”.
Dici? Dicono?
Sarà. Ora basta. Voglio vedere gente decente che amministra una delle città più belle che conosca (ne ho viste svariate decine nel mondo) e che magari amo solo perché ci sono nato, ma ormai so che non è così: la amo anche perché è bellissima e disperata, sepolta sotto strati di sugna e macchine, cocaina tagliata male a fiumi e strozzo*, lavoro che manca e iniziative che affondano, di un odio stradale percepibile e di malsopportazione di chiunque non sia sé. Roma sembra una persona in stato di bisogno, di vero bisogno, non una semplice accattona: qualcuno davvero sull’orlo del suicidio.
Dici? Dicono?
Sarà. Ora basta. Voglio vedere gente decente che amministra una delle città più belle che conosca (ne ho viste svariate decine nel mondo) e che magari amo solo perché ci sono nato, ma ormai so che non è così: la amo anche perché è bellissima e disperata, sepolta sotto strati di sugna e macchine, cocaina tagliata male a fiumi e strozzo*, lavoro che manca e iniziative che affondano, di un odio stradale percepibile e di malsopportazione di chiunque non sia sé. Roma sembra una persona in stato di bisogno, di vero bisogno, non una semplice accattona: qualcuno davvero sull’orlo del suicidio.
La mia lotta, che svolgo insieme a molti altri, è quella per una mobilità nuova e funzionante. Noi agiamo per una ciclabilità moderna, come da decenni è realtà altrove, e insieme per una vera rete di trasporto pubblico. Questo è un aspetto importante, ma non l’unico, dello schifo di oggi. La gente che è impegnata su questo fronte è comunque estremamente motivata, anche perché si tratta di salvarsi la vita, e io vorrei che questo nostro sentire si estendesse a tutti gli abitanti di Roma, a chi non trova un asilo per i suoi figli se non dalle suore, a chi ha sempre meno accesso al pronto soccorso, a chi vive in quartieri fantasma per la mancanza di una politica abitativa che ripopoli nuovamente Roma nelle sue case vuote e abbandonate. A chi stenta, e a chi anche potendo non riesce ad essere felice.
Quella per una mobilità nuova è una lotta quasi disperata. Potrei sciorinare i soliti, maledetti dati sulla concentrazione di vetture per 100 abitanti (Roma sfiora la quota 72/100, media europea intorno a 40/100) ma a dire il vero mi dà fastidio anche questa saccenza numerica.
Basta guardarsi intorno tutti noi e realizzare che Roma fa schifo davvero, è ridotta a uno straccio, uno straccio da cesso dei treni. Non è sopportabile continuare così. E chi sopporta che questo continui è complice,a mio modo di vedere.
Non mi piace fare appelli ma a questo punto è necessario: mettiamoci tutti in movimento, adesso e da ora, per individuare una decente folla di persone che riesca a convincere i romani dello stato di abbrutimento, incongruo in questo millennio, in cui lasciano che si trascini Roma e finalmente la cambi, con l’aiuto di tutti i romani consapevoli di ciò.
Voglio gente decente ad amministrare Roma, e che sia ben individuata, sappia rendere chiara la sua intenzione e cerchi consenso per la sua seria intenzione di riprendere in mano, in condivisione e ascoltando, la gestione di Roma bene comune dell’umanità.
Le amministrative sono ad aprile prossimo, forse pure prima. Abbiamo tutti poco tempo. Bisogna trovare gente di alto livello. Dobbiamo trovare un sindaco decente, un’amministrazione decente.
Basta guardarsi intorno tutti noi e realizzare che Roma fa schifo davvero, è ridotta a uno straccio, uno straccio da cesso dei treni. Non è sopportabile continuare così. E chi sopporta che questo continui è complice,a mio modo di vedere.
Non mi piace fare appelli ma a questo punto è necessario: mettiamoci tutti in movimento, adesso e da ora, per individuare una decente folla di persone che riesca a convincere i romani dello stato di abbrutimento, incongruo in questo millennio, in cui lasciano che si trascini Roma e finalmente la cambi, con l’aiuto di tutti i romani consapevoli di ciò.
Voglio gente decente ad amministrare Roma, e che sia ben individuata, sappia rendere chiara la sua intenzione e cerchi consenso per la sua seria intenzione di riprendere in mano, in condivisione e ascoltando, la gestione di Roma bene comune dell’umanità.
Le amministrative sono ad aprile prossimo, forse pure prima. Abbiamo tutti poco tempo. Bisogna trovare gente di alto livello. Dobbiamo trovare un sindaco decente, un’amministrazione decente.
Poi, un giorno e se ci saremo ancora, ci perdoneremo per lo schifo che abbiamo fatto e lasciato fare. Adesso no, adesso vergogniamoci e rimettiamoci in sesto: c’è un’emergenza urbana.
*usura
Rota Fixa"
lunedì 5 novembre 2012
#30 e Lode
Dal sito di #salvaiciclisti:
"2.556 ciclisti e 7.625 pedoni uccisi sulle strade italiane è il tragico bollettino degli ultimi 10 anni di quella che sempre più somiglia ad una guerra.
Per porvi freno, il movimento #salvaiciclisti ha oggi lanciato una petizione on line (change.org/30elode) indirizzata ai presidenti di Camera e Senato, al presidente della Commissione Trasporti alla Camera, Mario Valducci e, per conoscenza, ad altri parlamentari ed esponenti del panorama politico italiano per chiedere la riduzione dei limiti di velocità massima all’interno delle aree residenziali a 30 km/h ad eccezione delle arterie a scorrimento veloce.
“30 km/h significa offrire l’opportunità a chi conduce dei veicoli motorizzati di reagire prontamente ed evitare gli impatti che si possono verificare in strada: bambini che giocano, pedoni , ciclisti o anche animali che attraversano all’improvviso.”si legge sul sito del movimento che si batte per una mobilità che rimetta al centro le persone.
La richiesta dei 30 km/h è uno dei punti fondanti del manifesto di #salvaiciclisti e dell’iniziativa “Caro Sindaco” che lo scorso febbraio generarono grande dibattito sui social media e portarono 63 senatori e i sindaci di oltre 100 città ad aderire alle richieste del movimento.
Oltre all’annuncio del lancio della petizione, sul sito del movimento è stata anche inserita una presentazione che include un sunto della letteratura scientifica disponibile, delle esperienze provenienti nel resto del mondo e una confutazione punto per punto dei soliti pregiudizi che solitamente circondano la mitigazione del traffico.
Sfogliandola si ha la possibilità di scoprire che ogni morto sulle strade costa mediamente alla società oltre 1,3 milioni di euro e che, riducendo la velocità a 30 km/h, oltre a dimezzare il numero di morti e feriti in città, sarebbe agevolato anche lo sviluppo dei bambini, ormai impossibilitati a vivere la strada. Per contro, i tempi di percorrenza media per gli automobilisti aumenterebbero di appena il 3%.
“Uno degli obiettivi – fanno sapere dal movimento – è instaurare un dibattito sano e scevro da pregiudizi infondati riguardo al tema della sicurezza sulle nostre strade anche in vista della Settimana Europea della Mobilità che si terrà dal 16 al 22 settembre”
La petizione lanciata dal movimento #salvaiciclisti segue di pochi giorni l’annuncio della sperimentazione del limite di 30 km/h all’interno della cerchia dei navigli nel Comune di Milano. Tutto lascia credere che il dibattito in proposito sarà molto acceso e che il Parlamento italiano dovrà presto o tardi schierarsi."
"2.556 ciclisti e 7.625 pedoni uccisi sulle strade italiane è il tragico bollettino degli ultimi 10 anni di quella che sempre più somiglia ad una guerra.
Per porvi freno, il movimento #salvaiciclisti ha oggi lanciato una petizione on line (change.org/30elode) indirizzata ai presidenti di Camera e Senato, al presidente della Commissione Trasporti alla Camera, Mario Valducci e, per conoscenza, ad altri parlamentari ed esponenti del panorama politico italiano per chiedere la riduzione dei limiti di velocità massima all’interno delle aree residenziali a 30 km/h ad eccezione delle arterie a scorrimento veloce.
“30 km/h significa offrire l’opportunità a chi conduce dei veicoli motorizzati di reagire prontamente ed evitare gli impatti che si possono verificare in strada: bambini che giocano, pedoni , ciclisti o anche animali che attraversano all’improvviso.”si legge sul sito del movimento che si batte per una mobilità che rimetta al centro le persone.
La richiesta dei 30 km/h è uno dei punti fondanti del manifesto di #salvaiciclisti e dell’iniziativa “Caro Sindaco” che lo scorso febbraio generarono grande dibattito sui social media e portarono 63 senatori e i sindaci di oltre 100 città ad aderire alle richieste del movimento.
Oltre all’annuncio del lancio della petizione, sul sito del movimento è stata anche inserita una presentazione che include un sunto della letteratura scientifica disponibile, delle esperienze provenienti nel resto del mondo e una confutazione punto per punto dei soliti pregiudizi che solitamente circondano la mitigazione del traffico.
Sfogliandola si ha la possibilità di scoprire che ogni morto sulle strade costa mediamente alla società oltre 1,3 milioni di euro e che, riducendo la velocità a 30 km/h, oltre a dimezzare il numero di morti e feriti in città, sarebbe agevolato anche lo sviluppo dei bambini, ormai impossibilitati a vivere la strada. Per contro, i tempi di percorrenza media per gli automobilisti aumenterebbero di appena il 3%.
“Uno degli obiettivi – fanno sapere dal movimento – è instaurare un dibattito sano e scevro da pregiudizi infondati riguardo al tema della sicurezza sulle nostre strade anche in vista della Settimana Europea della Mobilità che si terrà dal 16 al 22 settembre”
La petizione lanciata dal movimento #salvaiciclisti segue di pochi giorni l’annuncio della sperimentazione del limite di 30 km/h all’interno della cerchia dei navigli nel Comune di Milano. Tutto lascia credere che il dibattito in proposito sarà molto acceso e che il Parlamento italiano dovrà presto o tardi schierarsi."
10 comandamenti del bravo ciclista urbano
Ritaglio da bicisnob i 10 comandamenti del bravo ciclista urbano
"Il ciclista metropolitano ha l’obbligo di trasmettere agli altri utenti della strada un’immagine di superiorità, fascino, alterità, bellezza, eleganza.
Deve perciò rispettare ciecamente i 10 comandamenti del bravo ciclista urbano.
1) Abbigliamento. Tassativamente bandite gonne e pantaloni multitasche così come casacchine catarifrangenti e altri ammennicoli che fanno tanto dipendente ANAS. Gli abiti devono essere ricercati, informali e nello stesso tempo raffinati, la mise si deve notare senza dare cafonamente nell’occhio, deve essere adatta a un aperitivo tra amici così come a una cena elegante. Siate cool e controfighetti.
2) Relazioni sociali. La vostra capacità di rimorchiare deve apparire innata e straordinaria. Se vedete uno strafigo/strafiga che cammina per strada puntatelo/a e chiedetegli un’informazione qualsiasi. Dovete convincere chi guarda la scena senza sonoro che siete due vecchi amici che si ritrovano per caso. Allontanandovi salutate calorosamente e fate gesti che lascino intendere che vi rivedrete al più presto. Quando possibile, inoltre, datevi appuntamento agli incroci più trafficati con un vostro amico/a, facendo sembrare l’incontro fortuito e trasformando l’ingorgo in un drive-in con vista sul bacio più appassionato del secolo.
3) Sudore. E’ rigorosamente bandito il sudore. La pelle deve essere sempre fresca e rilassata. Il viso asciutto e tonico esprime la leggerezza della pedalata. Chi soffre di sudorazione eccessiva deve mascherarla utilizzando una mtb e indossando capi tecnici pre-macchiati di fango in modo da convincere l’osservatore che si è reduci da un’escursione chilometrica nei boschi. Il sudore diventerà così testimonianza di una straordinaria forma fisica.
4) Respirazione. Vietato respirare a bocca aperta, mostrare affanno o spossatezza. Anche se vi stanno esplodendo i polmoni dovete mantenere un certo aplomb. Chi fuma, nel bel mezzo di una salita al 12%, può accendersi una sigaretta, senza naturalmente perdere il ritmo fluido della pedalata.
5) Espressione. Sorridete con intelligenza, senza inciampare in sguardi beoti. Il volto deve comunicare serenità, spensieratezza, compiacimento. Dovete incutere invidia.
6) Sorpassi. Sorpassare un’automobile è la cosa più normale che può accadere durante uno spostamento: dimostratelo, compiendo l’operazione con naturalezza. E’ fatto obbligo di non indugiare con lo sguardo beffardo verso il finestrino delle auto, di tirare avanti dritti e fieri senza curarsi di chi è impantanato nel traffico. Inventate occasioni per fermarvi di tanto in tanto lungo il tragitto così da superare più volte gli stessi automobilisti.
7) Generosità. La vostra superiorità deve rendervi più generosi e disponibili verso il prossimo. Ad esempio, pur essendo privi del parabrezza, potete dispensare mance ai lavavetri al semaforo.
8) Gentilezza. Fermatevi con ostentazione davanti alle strisce pedonali e sorridete a chi attraversa. Poi manifestate complicità col pedone e scuotete il capo in maniera da redarguire con quel semplice gesto l’arroganza dell’automobilista che non rispetta le zebre.
9) Meteo. Mostrate di apprezzare, senza esagerare, i repentini cambiamenti meteoclimatici. Utilizzate uno scroscio di pioggia improvviso per lasciar intravedere intriganti trasparenze o per esibire muscoli bestiali sotto pantaloni resi attillati dall’acqua.
10) Rapporti coi motorizzati. Mai dare confidenza agli automobilisti, mai reagire a provocazioni, a colpi di clacson, a urla e a offese.
L’automobilista non esiste, è solo un componente di una macchina. Esistete solo voi, meravigliosi ciclisti urbani."
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